Quel giorno in cui “Paparazzi” cambiò la mia infanzia

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Avevo otto anni quando uscì il video musicale di Paparazzi.
A otto anni non sai nulla, non conosci nulla e neanche ti poni il problema di dove andrai a finire nella vita. Vivi senza consapevolezza, in quello stallo (che dovrebbe essere uno stallo dorato) chiamato infanzia.

Abitavo ancora nella mia vecchia casa, quella in cui sono nato. Mia madre parlava al telefono con le amiche — come sempre — mentre io facevo merenda con il mio succo di frutta alla pera davanti alla televisione in salotto.
Cambiai canale e mi fermai su MTV Music — bei tempi, quando si passavano i pomeriggi lì — e rimasi folgorato.

 

Paparazzi
Lady Gaga nel video “Paparazzi”

 

Sullo schermo, una ragazza bionda con occhiali neri flip-up avvelenava il fidanzato per vendetta.
«È matta?» pensai.
Sedici anni dopo mi rispondo da solo: sì, è matta.
E “matto” è anche il primo soprannome che mi diedero da bambino, quando andai da uno psicologo per domare il mio dolore.
Matta lei, matto io. Rimasi colpito dall’energia che quella ragazza riusciva a trasmettermi solo attraverso uno schermo.
Se ci penso ancora oggi, sento qualcosa di quasi soprannaturale.

Non conoscendo l’esistenza degli effetti speciali, credetti davvero che fosse morta — nel video Alexander Skarsgård la spinge giù dal balcone.
Per fortuna, bastarono due ricerche sul computer di mio padre per scoprire che non era così.
Fosse stata davvero morta, non so che fine avrei fatto.

 

Paparazzi
Lady Gaga nel video “Paparazzi” – Locandina

 

Chi era questa ragazza? Dovevo scoprire tutto.
Mia madre mi comprò un iPod, e con la sua carta su iTunes acquistai tutte le sue canzoni. Un giorno mi placcò in cucina e mi disse:
— “Ma quanto spendi con questo iPod?”
Le ascoltavo in ripetizione perenne, senza sapere nemmeno l’inglese.

 

Paparazzi
Lady Gaga nel video “Paparazzi”

 

Due anni dopo uscì il videoclip di Telephone. Per fortuna ero cresciuto: sapevo che non fosse finita davvero in prigione, che Beyoncé era un’altra cantante e non la sua complice di fuga.
Anche se, dopo quel balletto, le avremmo perdonato tutto.
Gli occhiali con le sigarette li sogno ancora di notte.

 

Lady Gaga Born This Way Ball Tour – Ph: Yne Van de Mergel

 

Non ascoltavo altro che lei. Guardavo le sue interviste su YouTube, tappezzavo la camera di poster e magliette con la sua faccia, finché non rimase più spazio nemmeno per i pigiami.
I miei cugini maschi, entrando in camera, si misero a ridere:
— “Ma come, Lady Gaga? È un maschio!”
— “E sticazzi?” risposi io. Avevo dieci anni.

Mio padre teneva particolarmente al fatto che, in qualche modo, gli ammettessi di essere gay.
Un giorno mi serviva la sua autorizzazione per un ordine online di un gadget di Gaga, e lui, leggendo la descrizione dell’articolo, evidenziò una frase:
“Icona gay”. Poi mi chiese, con un sorriso ironico:
— “Hai letto bene?”
— “Certo, papà. Noi gay abbiamo buon gusto.”

 

Paparazzi
Artpop Ball Tour – Ph: Kevin Mazur

 

Lui fu felice della mia sincera, segretissima ammissione. Io ancora di più, per l’acquisto che sarebbe arrivato a casa in tre settimane.

A tredici anni morì la mia bisnonna Nina. Il giorno del funerale era lo stesso in cui uscivano i biglietti per l’Artpop Ball Tour.
Per un miracolo riuscii a comprarli.
E, nonostante il dolore per la perdita della mia dolce Nonnina (che aveva novantotto anni), a quel funerale non versai una lacrima.
Fuori dalla chiesa, mia zia mi sgridò:
— “Non si sorride a un funerale.”
— “Non riesco a smettere. Tra nove mesi andrò al concerto di Lady Gaga.”

Quel giorno l’idea del concerto faceva più rumore della morte.
Nove mesi dopo, andai davvero con mio padre.
È uno dei ricordi più belli che abbiamo insieme — e non riguarda il calcio (che io detesto, ma che per lui ho sempre cercato, invano, di onorare).

 

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Paparazzi
Lady Gaga, Joanne World Tour, Bell Center, Montréal Ph: Proacguy1

 

Lady Gaga è stata questo per me: una chiave che ha aperto un mondo.
Un mondo che non conoscevo, e che non immaginavo potesse esistere.
Per vari motivi sono cresciuto in fretta, e lei è sempre stata lì — dentro quell’iPod che mi comprò mia madre.

Un brutto giorno mi rubarono l’iPod in gita, ma lei restò comunque in ogni mio telefono, nei poster, nello stereo del salotto (chissà dov’è finito).
Non volevo vedere il mondo per quello che era, ma per come lo volevo immaginare.
Sapevo che c’era una via di fuga da tutto ciò che era brutto.

Mi sono sempre sentito diverso — e lo sono, fieramente, ancora oggi.
Quella ragazza, bionda, mora, rossa, con milioni di parrucche e colori, mi ha insegnato a gestire la mia diversità.
Quei capelli ero io.

 

Lady Gaga al Forum di Assago per il Mayhem Ball Tour

 

“Little Monsters” chiamava i suoi fan.
Quel piccolo mostro ero io.

Chi mi conosce sa che per molto tempo mi sono sentito sbagliato e terribilmente solo.
Ma non ero sbagliato, né solo.
Ero solo cieco.
Non vedevo tante cose, ma vedevo lei: le sue parrucche, i suoi tacchi, la sua voce, la sua forza.
E pensavo: queste cose le voglio anche io.

Non era sbagliato volerle. Era sbagliato non accettarlo.

Sedici anni dopo, quel bambino con il succo di frutta in mano e Lady Gaga in televisione pensa ancora di essere sbagliato, a volte.
Di essere solo, quasi sempre.
Poi si ricorda che pensa male.
E allora compra i biglietti per un altro concerto di Lady Gaga.


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