Ci siamo disabituati a restare nelle relazioni?

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Il lato più sottile di “Diffidare delle cucine pulite” di Elisa Del Mese

Leggendo Diffidare delle cucine pulite ho avuto la sensazione che il vero tema non fosse soltanto l’amore, ma il modo in cui oggi facciamo fatica a restare davvero dentro le relazioni

Il romanzo di Elisa del Mese non racconta soltanto la relazione tra Beatrice e Bernardo — trent’anni di differenza, una passione totalizzante e una distanza emotiva quasi costante — ma mette in scena qualcosa di molto contemporaneo: la difficoltà di lasciarsi coinvolgere davvero senza avere paura di perdere il controllo.

Oggi siamo profondamente innamorati di noi stessi, delle nostre libertà, dei nostri spazi emotivi. Investiamo sempre meno sull’altro e non è un caso se i single aumentano continuamente. Ci siamo quasi tutti liberati dall’idea che per essere felici servano necessariamente un matrimonio o dei figli — ed è stata una conquista importante — ma il rischio è aver smesso, nel frattempo, di costruire davvero un progetto condiviso.

Bernardo e Beatrice, invece, si interrogano continuamente su chi sia l’altro. Cercano di comprendersi per arrivare, in fondo, a capire meglio sé stessi. Ed è forse proprio questo che oggi manca nelle relazioni contemporanee: la capacità di restare dentro il confronto, anche quando diventa difficile.

Perché viviamo in un tempo in cui tutto deve essere veloce, leggero, immediatamente comprensibile. Anche i sentimenti. Alla prima incomprensione ci si ritrae, alla prima fatica si sparisce dietro un blocco sui social. Ma l’amore vero raramente è comodo. E soprattutto non è mai perfettamente controllabile.

Diffidare delle cucine pulite racconta proprio questo: il momento in cui una donna smette di vivere la relazione come ruolo e inizia a viverla come scoperta di sé.

Ed è qui che il romanzo smette di parlare solo dei protagonisti e inizia, in realtà, a parlare di tutti noi.

Quanto oggi la ricerca dell’amore ideale è influenzata dall’immaginario dei social, tra aspettative elevate e confronto continuo con modelli perfetti di relazione?

«Io credo che i social non influenzino tanto la relazione. Magari ci fossero tanti racconti di relazioni perfette. Ci sono relazioni patinate, probabilmente, ma quelle in fondo ci sono sempre state, basti pensare alle riviste di gossip o di costume.
In realtà, sui social i racconti dell’amore sono infinitamente inferiori rispetto all’ossessivo racconto di noi stessi che oggi imperversa: i nostri viaggi, i nostri successi, i nostri ristoranti, le nostre conquiste, i nostri filtri. E purtroppo il culto di noi stessi ha come conseguenza che siamo molto meno aperti all’altro, meno curiosi, meno disposti ad accogliere fragilità e imperfezioni, perché le persone vengono considerate più trofei che incontri».

 

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L’autrice Elisa del Mese

 

Una riflessione lucidissima. Perché il problema non è soltanto l’idealizzazione dell’amore, ma la progressiva incapacità di attraversare davvero la complessità emotiva dell’altro.

In che modo, secondo lei, la velocità dei legami contemporanei e la logica del “like” hanno modificato la capacità di costruire e mantenere sentimenti profondi e duraturi?

«Premesso che veniamo da secoli di matrimoni combinati, di legami trasformati unicamente in sacrificio — soprattutto per le donne — e che dunque la libertà in amore è anche un dono, una promessa e una conquista, dobbiamo fare attenzione a non esagerare.
A forza di pensarci tutti liberi, fichissimi, di convincerci che “meritiamo il meglio”, di parlare di chi ci fa soffrire sempre come “patologico”, sostituendo le fatiche che comportano i rapporti con espressioni come “relazioni tossiche” o “malessere”, rischiamo di deresponsabilizzarci del tutto. E senza responsabilità profonda, senza cura, non può esserci l’amore che resta».

Poi arriva quella frase che probabilmente riassume perfettamente il nostro tempo:

«Non ci saremo mica liberate dalla dittatura del “matrimonio e figli” per ritrovarci incastrate nella disperazione da “ghosting da spunta grigia”, vero?»

Ironica, feroce, tremendamente vera.

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Cosa spera che i lettori percepiscano davvero, al di là della storia, quando chiudono il libro: una riflessione sull’amore, su sé stessi o sul modo in cui oggi viviamo le relazioni?

«Spero che i lettori abbiano voglia di richiamare la persona che hanno più amato nella vita per dirle grazie. Se sono molto innamorati, che si ricordino quanto è prezioso quello che hanno. E se non hanno mai vissuto un amore così, che tornino a sperare di poterlo avere.
Come dice un mio amico, questo libro dovrebbe essere un piccolo manuale di speranza: non per forza che le cose vadano bene, ma che non smettano di accadere».

Ed è forse proprio questo il cuore più autentico del romanzo: ricordarci che l’amore non è perfezione, estetica o performance emotiva.

È il coraggio di lasciarsi cambiare.

Gabriella Chiarappa
WonderYou Magazine


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