Ci sono film che raccontano una storia e altri che riescono a trasformarla in un’esperienza da vivere. L’opera prima di Bianca Marcelli appartiene a questa seconda categoria: un viaggio emotivo e visivo che parla di sogni, sacrifici e libertà, lasciando nello spettatore molto più di una semplice trama.
“C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce“. La celebre frase di Leonard Cohen sembra essere la chiave di lettura perfetta per questo film, che affronta con sensibilità il tema della rinascita attraverso le proprie fragilità. Una storia che parla di crescita, identità e coraggio, capace di ipnotizzare e conquistare grazie a una regia sicura e a una forte personalità artistica.
Al centro del racconto c’è Romeo, un ragazzo romano di ventitré anni che decide di lasciare la propria città per inseguire il sogno di entrare in una prestigiosa compagnia di danza diretta dalla celebre étoile Vittoria Pesca. Un percorso che lo porterà a confrontarsi con nuove esperienze, incontri significativi e verità in grado di mettere alla prova ogni sua certezza.
Un linguaggio visivo tra buio e luce
Fin dalle prime sequenze emerge con forza l’identità visiva dell’opera. L’apertura in bianco e nero cattura immediatamente lo sguardo e si rivela una scelta narrativa tanto audace quanto efficace. L’assenza di colore sembra rappresentare il vuoto interiore del protagonista, le sue paure, i dubbi e quel senso di sospensione che precede ogni cambiamento importante.
Man mano che Romeo si avvicina a ciò che desidera davvero, il film si illumina. I colori prendono vita e la fotografia accompagna la sua trasformazione attraverso una palette cromatica studiata con estrema attenzione. Nulla appare casuale: ogni tonalità contribuisce a raccontare uno stato d’animo, una conquista o una ferita.
Il lavoro del direttore della fotografia, Jacopo Marchini, è fondamentale nella costruzione di questo universo visivo. Le immagini risultano eleganti, originali e capaci di creare un linguaggio riconoscibile, in cui ogni scelta estetica diventa parte integrante della narrazione.
Tra i momenti più riusciti spicca una suggestiva sequenza onirica che coinvolge il protagonista: un passaggio sospeso tra sogno e realtà che dimostra una grande sensibilità cinematografica.
Fondamentale è anche il contributo della colonna sonora, composta da Federica Bello. L’album ufficiale include ben 18 brani originali, tra cui “sottopelle” e “ingrata Ossessione”. Le musiche non accompagnano semplicemente le immagini, ma diventano parte integrante della narrazione. Le sonorità amplificano le emozioni, sostengono il ritmo del racconto e creano una connessione costante con lo spettatore.

Fragilità, autodistruzione e libertà
Il film affronta temi universali con autenticità e profondità. Il sacrificio necessario per inseguire una passione, la determinazione richiesta per non abbandonare i propri sogni e l’importanza dei legami umani sono al centro di una narrazione capace di parlare a tutti.
Accanto al tema della libertà emerge anche quello, più complesso, delle fragilità interiori. Il percorso di Romeo non è soltanto una ricerca di realizzazione personale, ma anche un confronto con quelle parti di sé che rischiano di diventare un limite: paure, insicurezze e il bisogno di trovare un equilibrio tra ciò che si è e ciò che si desidera diventare.

Il film racconta quei meccanismi attraverso cui, spesso inconsapevolmente, si finisce per allontanarsi dalla propria autenticità. La vera libertà non coincide semplicemente con il fuggire da qualcosa, ma con la capacità di guardare le proprie ferite, riconoscerle e trasformarle in un punto di forza.
In questo senso il viaggio di Romeo diventa un percorso di rinascita: prima ancora di conquistare un obiettivo esterno, deve imparare a confrontarsi con sé stesso. Solo attraversando le proprie fragilità può trovare il coraggio di scegliere chi vuole essere davvero.
Anche l’amore viene raccontato in maniera delicata e moderna. Non come possesso, ma come libertà: la possibilità di essere sé stessi, di esprimersi senza paura e di trovare qualcuno capace di accogliere la propria autenticità.
Un sentimento che acquista valore quando non diventa una gabbia, ma uno spazio in cui crescere e sentirsi davvero compresi.
La disciplina come forma di crescita
Lo sport rappresenta un altro tassello importante del racconto. Che si tratti del pugilato o della danza, ciò che emerge è il valore della disciplina, della dedizione e dello spirito di sacrificio.
Due mondi apparentemente diversi che condividono gli stessi principi: impegno, resilienza, amicizia, competizione e continua ricerca del miglioramento personale.
In un’epoca in cui tutto sembra procedere a una velocità frenetica e le persone rischiano di vivere in maniera sempre più automatica e distratta, questo film invita a rallentare. A fermarsi per ricordare da dove si viene, chi si è davvero e cosa si è disposti a fare per dare un senso autentico alla propria esistenza.

Potente, brioso e profondo, il debutto di Bianca Marcelli è un’opera che colpisce per la sua sincerità e per la capacità di raccontare emozioni universali attraverso uno sguardo personale e originale.
Un film che parla di sogni, identità e libertà, ricordandoci che spesso le nostre fragilità non sono soltanto il segno di una rottura, ma possono diventare il punto esatto da cui entra la luce.
WonderYou Magazine ha avuto il piacere di incontrare la regista Bianca Marcelli, il coordinatore artistico Giorgio Caporali e il direttore della fotografia Jacopo Marchini per approfondire il percorso creativo, le scelte artistiche e le emozioni che hanno accompagnato la realizzazione di un progetto tanto ambizioso quanto autentico.
Un confronto che restituisce la passione, la cura e la dedizione che emergono in ogni singola scelta dell’opera.

E: Quando avete capito che stavate facendo il film giusto?
Giorgio Caporali: «Credo di aver capito che questo progetto poteva davvero funzionare quando si è presentata l’occasione di lavorare insieme a Bianca.»
Bianca Marcelli: «Sì, probabilmente è stato proprio in quel momento. È stata un’esperienza incredibile: ci confrontiamo e ci stimoliamo molto sul piano artistico e, oltre a essere una coppia nella vita, poter condividere anche un progetto creativo è stato davvero entusiasmante.
Al di là del nostro rapporto e della compagnia, è stato come se a un certo punto tutti gli astri si fossero allineati. Ci siamo ritrovati con Jacopo e si è creata subito una grande sintonia; poi con Riccardo, il nostro protagonista, e con tutti gli altri attori che ruotano attorno alla storia. È nata una squadra affiatata, con una bellissima energia.
È stato allora che ho pensato: “Ci siamo”. Se devo individuare un momento preciso, direi che è stato quando ho sentito che eravamo diventati una vera squadra.»

E: Qual è la scelta artistica del film che difenderesti più ostinatamente?
Giorgio Caporali: «Dal punto di vista registico, la sfida più interessante è stata costruire i tre piani sequenza che scandiscono i tre atti del film. Volevamo che fossero immersivi, ma allo stesso tempo frammentati, perché riflettono la natura stessa della storia e del segreto che si nasconde al suo interno. Penso anche alla sequenza finale dei flashback che attraversano il sonno del protagonista e all’utilizzo della macchina a mano nei momenti in cui emerge con più forza il tema della libertà.
Sul piano autoriale, invece, l’elemento centrale è senza dubbio Eleoteria e tutto il concetto di libertà che attraversa il film e ne rappresenta il cuore tematico.»
Bianca Marcelli: «Concordo con Giorgio, soprattutto sulle scene di dialogo frammentate. I tre atti del film sono scanditi da tre scene madre che custodiscono il nucleo del mistero attorno a cui ruota la narrazione, e abbiamo scelto di raccontarle attraverso dei piani sequenza.
La macchina da presa diventa quasi lo sguardo dello spettatore, accompagnandolo all’interno della storia senza filtri e rendendolo parte del viaggio del protagonista.
È un film ricco di simbolismi e significati nascosti. Dagli specchi al passaggio dal bianco e nero al colore, ogni elemento è stato pensato per avere una funzione narrativa e simbolica. Per certi versi sfiora il meta-cinema, perché nulla di ciò che appare sullo schermo è casuale: ogni scelta visiva contribuisce a costruire un significato più profondo e invita lo spettatore a guardare oltre ciò che vede in superficie.»

E: Che cosa hai scoperto di te stessa come regista durante la lavorazione?
Bianca Marcelli: «Che domanda difficile, ma anche molto interessante.
Durante questo percorso ho scoperto diverse cose di me. La prima è che probabilmente riesco a gestire la pressione meglio di quanto pensassi. Sono una persona piuttosto ansiosa, quindi negli anni ho imparato a convivere con questa parte di me e a trasformarla in qualcosa di utile. Paradossalmente, nelle situazioni più complesse riesco a mantenere la lucidità e a prendere decisioni con rapidità.
È una qualità che è emersa molto anche durante le riprese. Mi ha sorpresa soprattutto il mio spirito di adattamento. Ero molto legata a tante idee che avevamo immaginato e programmato per il set, ma quando realizzi un film devi inevitabilmente confrontarti con una realtà che spesso è diversa da quella che avevi previsto. A quel punto devi trovare dei compromessi, essere disposto a cambiare strada e anche a rinunciare a qualcosa, semplicemente perché la cosa più importante è fare il bene del film.

Mi sono ritrovata a ragionare in modo molto pragmatico: cercare la soluzione migliore nel minor tempo possibile, senza perdere di vista l’obiettivo finale. Questo è un aspetto di me che conoscevo, ma che non pensavo sarebbe emerso con questa forza.
Ho scoperto anche una grande capacità di resistenza. Quando c’era un problema da risolvere entravo in modalità “caterpillar”: andavo avanti finché non trovavo una soluzione. Non stavo lì a concentrarmi sull’ostacolo, ma cercavo immediatamente il modo di superarlo.
E poi c’è stata una scoperta ancora più importante: non ero nemmeno sicura di poter fare questo mestiere. Fare la regista significa avere una visione, prendere decisioni continue e riuscire a tenere insieme tante persone, sensibilità ed esigenze diverse. Serve una certa leadership, bisogna avere la capacità di guidare una squadra.
Questo film non ha eliminato tutti i miei dubbi, ma mi ha dimostrato che posso assumermi quella responsabilità e portarla avanti. E forse questa è stata la scoperta più grande.»

E: C’è stato un giorno sul set che ricordate più degli altri?
Giorgio Caporali: «Sicuramente ce ne sono tantissimi. Uno dei ricordi che porto con me è l’ultima scena che abbiamo girato in Tunisia, alle porte del deserto del Sahara. Eravamo letteralmente in mezzo al nulla, circondati da chilometri di paesaggio, solo io, Bianca, Riccardo, Jacopo e un abitante del posto che ci ha insegnato a leggere il cielo, sotto una distesa incredibile di stelle.
È stato un momento di una bellezza rara, qualcosa che difficilmente dimenticherò.»
Bianca Marcelli: «Mi unisco a questo ricordo di Giorgio, perché è stato davvero un momento speciale. Ma in generale tutto il set è stato ricco di esperienze che porterò con me. Anche nelle Marche abbiamo vissuto momenti bellissimi: è stato un percorso pieno di incontri, difficoltà, scoperte e ricordi meravigliosi.
Credo che, oltre al film, quello che rimane sia anche la squadra che si è creata e l’energia che abbiamo condiviso durante tutto il percorso.»
E: Quale scena è diventata diversa da come l’avevi immaginata, ma migliore?
«Una delle scene a cui sono più legata è il confronto tra Romeo e Mathieu, interpretati da Riccardo De Rinaldis Santorelli e Francesco Venerando, che abbiamo girato nel sottotetto del teatro.

Questa location non era prevista inizialmente: l’avevamo immaginata in esterna insieme a Jacopo e Giorgio, poi all’ultimo momento ci è stata data la possibilità di girarla lì. È stata una bellissima sorpresa, perché quello spazio ha dato alla scena una forza visiva e un’intensità che forse non avremmo raggiunto altrove.
Era l’ultima scena della prima giornata di set, avevamo pochissimo tempo e proprio per questo era una delle scene su cui avevo meno aspettative. Invece è diventata una delle più riuscite.»
Giorgio Caporali: «Anche per me è stata una scena sorprendente. Inizialmente la immaginavo in modo diverso: pensavo a una costruzione più frammentata, con più stacchi e inquadrature separate. Poi Bianca ha avuto l’intuizione di trasformarla in un piano sequenza.
All’inizio facevo fatica a visualizzarla completamente, ma quando l’abbiamo costruita ho capito che era la scelta giusta. Il movimento della macchina da presa, il modo in cui accompagna i personaggi e il rapporto con lo spazio rendono la scena molto più intensa.»

E: Qual è stata la discussione più utile che avete avuto durante il lavoro?
Bianca Marcelli: «Parto dal presupposto che, fortunatamente, abbiamo discusso davvero poco. C’era sicuramente una piccola incognita nel lavorare con la persona con cui condivido la vita quotidiana, perché non sapevo come sarebbe stato portare questa dinamica anche sul set.
Invece si è rivelato uno dei punti di forza del progetto. La nostra coesione, il confronto continuo e il sostegno reciproco sono stati fondamentali. Non c’è mai stata la necessità di prevaricare l’altro: anche nei momenti più complessi abbiamo sempre cercato di capire quale fosse la soluzione migliore per il film.
Credo che una complicità così sia qualcosa di raro e che siamo stati fortunati a trovarla.
Lo stesso vale per Jacopo. Ognuno ha portato il proprio punto di vista, ma sempre con l’obiettivo di costruire qualcosa insieme.
Ovviamente ci sono state piccole incomprensioni, soprattutto nei momenti di maggiore pressione sul set, ma erano situazioni normali e parte del lavoro.
Alla fine penso che ciò che ha fatto funzionare davvero tutto sia stato il fatto che tutti avevamo lo stesso obiettivo: fare il bene del film. Anche quando le idee erano diverse, si cercava sempre un punto d’incontro.»

E: Come costruisci un arco narrativo attraverso la luce?
Jacopo Marchini: Penso sempre che la luce debba raccontare qualcosa, non semplicemente illuminare bene. Più vado avanti con la carriera e più spesso mi trovo a spegnere invece che ad accendere. Il realismo per me è fondamentale. Cerco di riprodurre la luce più naturale possibile e lavoro moltissimo in preproduzione, confrontandomi con i registi, la costumista e lo scenografo per renderla credibile. Se non ho una finestra dalla quale far entrare la luce, chiedo allo scenografo di crearne una. È successo in Frammenti, dove spesso abbiamo aggiunto pareti finte proprio per avere la possibilità di far entrare la luce attraverso le vetrate. La luce deve essere sempre giustificata. Non può stare lì solo perché altrimenti non si vedrebbero i soggetti. Deve raccontare. Per questo ho deciso di illuminare l’altare della cappella della villa, in Frammenti, con una luce che filtrava dagli alberi e che si muoveva, per generare speranza e insieme l’idea di un flebile passaggio di luce che attraversa le difficoltà. Come lo stato d’animo del protagonista in quel momento. La luce deve servire la storia, esattamente come la macchina da presa e i movimenti camera. Ci deve essere sempre un perché. Qualcosa che va oltre l’utilità e trascende in qualcosa di emotivo. Qualcosa che connetta e che emozioni, inconsciamente, lo spettatore. Lì sto facendo il mio lavoro. Scrivere la storia con la luce.
E: Esistono regole fotografiche che infrangi deliberatamente? È successo anche in quest’opera?
Jacopo Marchini: Per me le regole sono fondamentali da conoscere, così posso romperle consapevolmente. Amo farlo e più vado avanti più lo faccio. Sto smettendo sempre di più di illuminare i volti e sto iniziando a illuminare le location e le scenografie, lasciando i personaggi liberi di danzare all’interno. Grazie all’ampia preproduzione so esattamente dove andranno e lì piazzo i miei rinforzi, con l’aiuto dello scenografo in primis. Ogni tanto mi trovo in una scena dove il personaggio ha bisogno del buio e allora tolgo completamente la luce dal volto, lasciando immaginare allo spettatore. In altre occasioni chiudo la composizione del fotogramma sbilanciando i personaggi a favore dell’uno o dell’altro. Spesso ho tagliato un personaggio in modo inconsueto, magari al petto, per lasciare molta aria sopra la testa, perché volevo che il mondo dietro fosse più importante del personaggio stesso. A volte tolgo volontariamente la bolla dalla cinepresa per suggerire uno squilibrio emotivo del personaggio, tanto quanto è storta l’inquadratura. Credo che le regole siano importanti e siano fatte anche per essere infrante. Nessun maestro è diventato tale fermandosi dove le regole dicevano basta. Sono andati oltre il livello ritenuto ragionevole e hanno riscritto le proprie regole. Frammenti è pieno di “errori” che però raccontano la storia meglio di quanto avrebbero fatto le regole. Quindi sì, le regole le conosco. Ma penso di essere nato per infrangerle.
E: In che modo costruisci un’evoluzione visiva del protagonista lungo il film?
Jacopo Marchini: È una domanda che mi è molto cara. Per me non esiste una storia fine a sé stessa. La storia è la risultante delle azioni e delle reazioni dei personaggi. L’insieme delle loro scelte costruisce il racconto, quindi il personaggio è in assoluto la cosa più importante del film. Passo ore e ore a parlarne. Cosa mangiano, perché, quanto, cosa amano fare e cosa odiano. Da lì costruiamo il look del personaggio in termini visivi insieme alla regia e poi ne seguiamo l’evoluzione, evolvendoci con loro. Nel caso di Frammenti, parlando di Vittoria Pesca, protagonista e antagonista del film, volevamo un personaggio molto freddo e distaccato. Così abbiamo creato un set di riprese dedicato. L’abbiamo sempre inquadrata con ottiche lunghe e leggermente dal basso, per dare un senso di distacco e di potenza per tutta la prima parte del film. Poi, gradualmente, abbiamo iniziato ad alzare il punto camera fino ad arrivare al suo pari e ad allargare le ottiche, fino a vederla più o meno come la vedrebbe l’occhio umano. Non più così distante, distaccata e potente com’era all’inizio. Questo processo ha contribuito alla caratterizzazione del personaggio e così abbiamo fatto con tutti gli altri. Un altro esempio riguarda il protagonista, ripreso con la camera a spalla solo quando si sentiva veramente libero di essere sé stesso, per sostenerne la libertà e la genuinità. Per tutto il resto del film la cinepresa rimane stabilizzata su supporti come dolly e crane, a significare che lui era spettatore della sua stessa vita. Spesso, infatti, la cinepresa anticipa i movimenti, carrella e panoramica prima del personaggio, sapendo già dove sarebbe andato. Proprio per accentuare il fatto che non era in pieno controllo della sua vita. E la cinepresa lo sapeva.
E: Raccontaci un tuo frammento
Jacopo Marchini: Ci sono scene alle quali sono particolarmente legato. Una è un’inquadratura di una stanza vuota e silenziosa, con il protagonista disteso sul letto, ripreso solo attraverso uno specchio che abbiamo fatto montare apposta dal reparto scenografia al centro delle due finestre, altrimenti il personaggio sarebbe rimasto fuori dall’inquadratura. Il vento, la libertà, muove le tende. Il protagonista è inerme e impotente a letto, appena reduce dal suo incidente. Ne vediamo solo il riflesso, l’eco di sé stesso, mentre il mondo fuori va avanti senza di lui. La cinepresa non lo inquadra mai direttamente. Quando ho girato quella scena ho avuto un momento di esitazione e mi sono immedesimato. In questi tempi in cui tutto corre è difficile sentirsi realizzati, e ho empatizzato con il suo senso di impotenza. Con i sogni potenzialmente infranti, con il cuore che ti dice una cosa mentre la realtà te ne impone un’altra. È stato un momento intenso da girare. E poi c’è stato il deserto del Sahara. Girare nel deserto è qualcosa di incredibile. Non penso si possa dire a parole, né trascriverne davvero l’emozione. Quella sabbia infinita, quel silenzio, quel tramonto che nel giro di poco lascia spazio a una volta celeste nemmeno immaginabile. E noi eravamo lì, piccolissimi, irrilevanti, a cercare di raccontare qualcosa a cui tenevamo particolarmente. Sono stati attimi emozionanti. Sulla mia scrivania conservo l’ultima foto del film. Dopo l’ultimo ciak, nel blu del deserto, c’eravamo solo noi, commossi e abbracciati per la fine di un viaggio incredibile.
Cerco notizie ad Ovest Nord Ovest, sono logorroica e amante dell’informazione. Mi occupo di comunicazione, Social Media e speakeraggio radiofonico, mi piacciono le parole perché ognuna di esse racchiude un significato specifico. Nella vita ho sempre cercato di fare più cose insieme per poter imparare e migliorare, ritengo che c’è sempre tempo per trovare le proprie passioni basta perseguire la propria strada!I miei hobby sono la cinematografia, la fotografia e lo sport soprattutto il nuoto e la boxe, almeno per il momento! Il mio posto preferito è sicuramente il mare dove poter fare introspezione e staccare la mente.



