Uno dei legami più potenti e profondi che ci lega ad un altro essere umano, fortunatamente presente o, sfortunatamente assente in questo pianeta è il legame con la propria mamma. “Tale madre, tale figlia” senti dire in giro per evidenziare le somiglianze tra una figlia e la propria madre. Lo si può dire per evidenziare una successione, un’eredità non materiale, un passaggio del testimone, un qualcosa che viene trasmesso dal sangue, che possa riguardare il carattere, le abitudini, le passioni, le paure, i sogni, i difetti, il colore dei capelli o il gusto di gelato preferito, che sia un qualcosa che è stato una fortuna aver ereditato, che sia per qualcosa che forse, era meglio non ereditare, tipo il metabolismo lento o i piedi a martello. Mamma, grazie, come se avessi accettato. Ereditare una passione, che poi diventerà, con studio e determinazione mischiata ad un pizzico di fortuna, il tuo lavoro e il baricentro della tua esistenza su cui appoggiarti nella vita per cercare di bilanciare bene il centro delle cose direi che è molto meglio dell’ereditare i capelli fini e sfibrati o le occhiaie.
È questo il caso di Fabrizia Frezza e Alessandra Coccia, madre pugliese e figlia romana. In questo caso non c’è pericolo nè di capelli sfibrati nè di marcate occhiaie bluastre sotto gli occhi, ma c’è un dono, una passione trasmessa, e ben custodita, quella per l’architettura, che ha definito e sta definendo entrambe le loro vite. Una vita passata tra progetti in studio e presenza in cantiere, di notti con tanti caffè senza chiudere occhio per lavorare a progetti con precisione, passione e meticolosa attenzione a ogni piccolo particolare, quella di Fabrizia, che è stata ereditata senza alcuna paura da sua figlia, Alessandra, da poco laureata in architettura.
“Quando ero incinta di Alessandra ho lavorato fino a un mese prima che nascesse, non potevo stare ferma e mettere in letargo la mia passione più importante che per me è, da sempre, linfa vitale” – dichiara Fabrizia. – “Quando aveva 8 anni mi disse: mamma, un giorno disegneremo insieme un’hotel e lo faremo tutto rosa”.

L’aspirazione al creare un palazzo tutto rosa arriva da vecchie amiche di infanzia di Alessandra, le sue bambole. Sedici anni dopo ci sono ancora, sono tutte sopravvissute ai numerosi, e malinconici traslochi, qualcuna ha perso una scarpetta, qualcun’altra ha una caviglia slogata ma resistono, sono bambole tenaci, forti, sono bambole che hanno visto la loro migliore amica crescere, ridere, piangere, mangiare, dormire e sognare.
Oggi, un po’ invecchiate, rimangono comodamente sedute sulla mensola sopra la sua scrivania la guardano mentre lavora ai primi progetti. Bambole sostituite (ma non dimenticate) da compasso e righelli. Bambole che continuano ad accompagnarla ovunque, pur rimanendo immobili su quella mensola in legno, mentre Alessandra insegue le sue passioni. Mentre diventa la donna che sognava di essere da bambina, quella che crea progetti e costruisce un hotel tutto rosa con sua madre.

E magari, ne costruisce anche uno verde, con tanti alberi intorno e un giardino pieno di fiori di ogni colore. Un colore per ogni volta che sua madre le ha insegnato qualcosa di nuovo. La voglia di comunicare tutto questo prende vita con un podcast, “Parallelismi”, dove, insieme, due voci e un microfono, raccontano l’architettura da due prospettive diverse. Un confronto di generazioni, di idee, di pensieri, di sogni. Tutto si intreccia tra passato presente e futuro. Somiglianze e diversità di due generazioni diverse. Come cambia un’idea? Cosa, invece, rimane uguale? Fabrizia Frezza e Alessandra Coccia rispondono a queste domande, non tralasciando l’indispensabile importanza dello studio, della precisione di ogni dettaglio, della disciplina, del saper fare dei sacrifici.

Parlare anche di che prezzo abbia inseguire le proprie ambizioni. La passione non basta, serve dedizione. Otto episodi che seguono un flusso, che mantengono un ordine preciso, costruito con compasso e righello. Si parla di unione, si parla di viaggi, di tessuti, di idee, di legami. In alcune puntate siedono vicino a loro, nel grande tavolo in cui prende vita il podcast, ospiti pronti a dare un importante contributo.
“Avere dentro di me la stessa luce che illumina il cuore di mia madre è stata la mia più grande fortuna” – ci rivela Alessandra. “Spesso abbiamo idee diverse, ma anche questo ci permette di unirci sempre di più, di imparare sempre qualcosa l’una dall’altra, unire le nostre visioni è quasi terapeutico”.

Nel loro passato tanti viaggi, fatti per studiare il mondo, a partire dagli anni in cui Alessandra non sapeva neanche andare in bicicletta senza rotelle o la tabellina del sette. Viaggi che sono serviti per studiare, ammirare, imparare, conoscere. Per capire meglio chi sono. Per vedere se esiste già, quel Hotel tutto rosa che sognava di realizzare Alessandra quando aveva otto anni. Tra chi ricorda “com’era” e chi vive il “come sarà”, Alessandra e Fabrizia si incontrano a metà strada per intrecciare esperienze, pensieri e sogni. Gli stessi da tanti anni. Oggi Alessandra conosce perfettamente tutte le tabelline e la differenza tra un cemento armato e un calcestruzzo, tra un arco gotico e uno romano, tra lo stile barocco e il classico, e Fabrizia conosce l’orgoglio e la soddisfazione di aver dato vita ad una passione a sua figlia, che è già ora e continuerà ad essere la loro linfa vitale.
Filippo Moro è uno sguardo curioso sul mondo, capace di trasformare un pensiero in parola con ironia e riflessione. Appassionato di scrittura e osservatore attento della realtà che lo circonda, ama dare forma a ciò che accade, offrendo un punto di vista lucido, chiaro e mai scontato.



