Fabrizio Plessi, addio al visionario che rese umana la tecnologia

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A 86 anni scompare uno dei grandi pionieri della videoarte. Portò il televisore dentro l’opera quando lo schermo non era ancora il nostro paesaggio quotidiano. Ma la sua vera rivoluzione fu un’altra: trasformare la tecnologia in emozione.

Ci sono artisti che appartengono al proprio tempo e altri che sembrano arrivare qualche decennio prima, costringendoci a raggiungerli. Fabrizio Plessi apparteneva alla seconda categoria. È morto a 86 anni, lasciando un vuoto importante nell’arte contemporanea italiana e internazionale. Nato a Reggio Emilia nel 1940 e profondamente legato a Venezia, è stato una delle figure fondamentali della videoarte europea e uno degli artisti italiani che con maggiore lucidità hanno intuito quanto la tecnologia avrebbe modificato non soltanto l’arte, ma il nostro stesso modo di guardare il mondo.

Raccontarlo semplicemente come “pioniere della videoarte”, però, sarebbe riduttivo. Plessi non utilizzava la tecnologia per celebrare la tecnologia. La interrogava, la piegava e, soprattutto, cercava di renderla umana. Ed è forse proprio qui che oggi la sua lezione diventa straordinariamente contemporanea.
Siamo circondati da schermi. Li portiamo nelle tasche, li osserviamo per ore, attraversiamo musei popolati da installazioni digitali e immagini immersive. Ma quando Plessi cominciò a lavorare con videotape e monitor, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, tutto questo non apparteneva ancora al nostro vocabolario visivo.

Già nel 1968 aveva individuato nell’acqua uno degli elementi centrali della propria ricerca, utilizzando installazioni, performance, film e video per raccontare qualcosa di antichissimo attraverso un linguaggio radicalmente nuovo.

 

Fabrizio Plessi

 

Poi il televisore smise di essere semplicemente l’oggetto attraverso il quale guardare un’immagine. Diventò materia artistica. Come il legno, come il ferro, come la pietra. Alla Biennale di Venezia del 1986, dove rappresentò l’Italia con Bronx, quella ricerca raggiunse uno dei suoi momenti decisivi: il monitor entrava nell’installazione come presenza fisica dell’opera, contribuendo a scardinare il confine tra arti tradizionali e linguaggio elettronico. Vista con gli occhi di oggi, quell’intuizione appare quasi profetica.

 

Fabrizio Plessi

 

Eppure nei lavori di Plessi esiste un paradosso meraviglioso. Più utilizzava la tecnologia, più cercava gli elementi primordiali: acqua, fuoco, lava, mare. Dentro un monitor poteva scorrere un’acqua che non bagnava, un fuoco poteva ardere senza consumare nulla, una cascata elettronica attraversare un’architettura senza versare una sola goccia. Natura e tecnologia, apparentemente opposte, nelle sue mani imparavano a dialogare.

 

Fabrizio Plessi

 

La sua non era una fascinazione ingenua per il nuovo. Plessi avrebbe insistito sulla necessità di umanizzare la tecnologia. Il punto non era inseguire le macchine, ma impedire che fossero le macchine a dominare l’uomo. Rileggere oggi questa visione, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e di una vita continuamente mediata dagli schermi, produce quasi un piccolo brivido. Quella che allora poteva sembrare una ricerca d’avanguardia oggi riguarda ciascuno di noi.

Poi c’è Venezia. Plessi vi arrivò giovanissimo, vi si formò e ne fece molto più di uno sfondo. Venezia divenne parte del suo linguaggio: acqua e pietra, splendore e fragilità, memoria e trasformazione. Esattamente le tensioni che attraversavano le sue opere.
Il rapporto con la Biennale fu lungo e profondo. Dopo le esperienze degli anni Settanta e la consacrazione di Bronx, Plessi tornò più volte a confrontarsi con la città. Nel 2005 realizzò davanti ai Giardini Mare Verticale, una monumentale struttura attraversata da una cascata tecnologica: quasi un frammento di mare che, invece di distendersi all’orizzonte, decideva improvvisamente di salire verso il cielo. Una di quelle immagini impossibili eppure immediatamente comprensibili che hanno reso inconfondibile il suo linguaggio.

 

Fabrizio Plessi

 

Parigi, Kassel, New York, Berlino, Barcellona: la ricerca di Plessi ha attraversato alcune delle più importanti istituzioni dell’arte contemporanea. Il Centre Pompidou, Documenta, i grandi musei internazionali. Ma ciò che trovo più interessante della sua storia non è la somma dei luoghi prestigiosi che lo hanno accolto. È la coerenza di una ricerca durata quasi sessant’anni. Plessi ha continuato a interrogare lo stesso cortocircuito: natura e artificio, materia e immagine, memoria e futuro. Cambiavano le tecnologie. La domanda rimaneva.

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Fabrizio Plessi

 

Ed è forse da qui che oggi dovremmo guardarlo. Non soltanto dalla storia dell’arte, ma dal nostro presente. Viviamo esattamente dentro quel mondo elettronico che artisti come lui avevano intravisto quando sembrava ancora fantascienza. Fotografiamo prima di guardare, registriamo mentre viviamo. Lo schermo è diventato finestra, memoria, lavoro, relazione.

 

Fabrizio Plessi

 

Plessi aveva intuito il potenziale di tutto questo, ma anche il pericolo. La tecnologia doveva rimanere uno strumento dell’immaginazione umana, non sostituirla. E forse non è un caso che un artista identificato con il digitale sia rimasto così profondamente legato al disegno, alla materia, all’acqua, al fuoco e alla pietra. Non era una contraddizione. Era una posizione culturale precisa: il futuro ha senso soltanto quando conserva memoria dell’uomo.
Forse è questo il contributo più importante che ci lascia. Fabrizio Plessi non ci ha semplicemente mostrato che un televisore poteva diventare un’opera d’arte. Ha preso una macchina e vi ha fatto scorrere dentro l’acqua, ha preso uno schermo e gli ha restituito una memoria, ha preso la tecnologia e ha cercato, ostinatamente, di darle un’anima.

Oggi Fabrizio Plessi non c’è più. Ma proprio mentre cerchiamo di capire quale rapporto vogliamo avere con tecnologie sempre più presenti nelle nostre vite, la domanda che attraversa la sua opera rimane tremendamente attuale: saremo noi a dare forma alla tecnologia, o permetteremo alla tecnologia di dare forma a noi?
Forse è questa la misura dei grandi artisti. Non soltanto lasciare opere, ma lasciare domande capaci di continuare a riguardarci anche quando loro non possono più formularle.

Fabrizio Plessi, 1940–2026. La tecnologia cambia. Le visioni restano.


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