Francesco Risso è il nuovo direttore creativo di GU: una moda pensata per persone vere

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C’è una frase che colpisce più di tutte e che, forse, racconta meglio di qualsiasi curriculum il nuovo corso di Francesco Risso: «Voglio disegnare abiti veri per persone vere».
Non è uno slogan. È una presa di posizione.

Risso è il nuovo direttore creativo di GU, il brand gemello di Uniqlo, parte del gruppo Fast Retailing. Il suo debutto è atteso per la collezione Autunno/Inverno 2026–27, ma il segnale è già chiaro: la moda, per tornare a essere rilevante, deve tornare a essere abitata, non solo osservata.

GU non è un marchio qualunque. Nato nel 2006, oggi rappresenta il secondo pilastro del colosso giapponese, con centinaia di negozi in Asia e un’espansione internazionale che guarda a un pubblico globale, concreto, trasversale. Un pubblico che chiede stile, sì, ma anche funzione, accessibilità, senso.

 

Francesco Risso

 

Ed è qui che la visione di Risso sembra trovare una nuova dimensione.

Dopo un lungo percorso da Prada, dove ha lavorato per oltre dieci anni, e l’esperienza determinante come direttore creativo di Marni, Risso ha costruito un linguaggio riconoscibile: audace, emotivo, colto, mai rassicurante. Una moda che non ha mai avuto paura di esporsi, di sbilanciarsi, di raccontare storie anche scomode.

Portare quello sguardo dentro un sistema come GU significa accettare una sfida diversa: tradurre l’immaginazione in scala, senza svuotarla di significato.
Ed è forse questa la vera partita che si gioca oggi nel fashion system.

Risso lo dice chiaramente: il futuro della moda non può essere solo immagine. Deve avere scopo. Ma perché le idee forti possano davvero incidere, hanno bisogno di un’infrastruttura capace di portarle lontano, ovunque. Non è una rinuncia alla creatività: è una sua evoluzione.

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Francesco Risso

 

In un’epoca in cui il lusso sembra spesso parlare a pochi e il fast fashion a troppi, questa nomina apre una terza via interessante: quella di una moda democratica ma non banale, pensata per persone reali, corpi reali, vite reali.

Forse è proprio da qui che passa oggi la contemporaneità: non dal rumore, ma dalla capacità di ascoltare chi indossa davvero gli abiti.
E di disegnarli, finalmente, per loro.


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