Nel suo libro d’esordio, “Cara morte, amica mia”, l’autrice racconta un viaggio intimo attraverso la perdita e la ricerca spirituale, trasformando il vuoto in consapevolezza e il dolore in possibilità di rinascita.
C’è un processo non ben definito, fatto di cura, sopravvivenza, ascolto, resilienza, e di tanto altro, che i grandi dolori devono compiere per permettere a chi li affronta di tornare a vivere. A vivere, non esistere. Un processo necessario per chi troppo tempo è stato in apnea. Allontanare, prendere le distanze, ignorare quel vuoto non serve. Appena giri l’angolo lui è comunque lì, a pochi passi da te. Forse vale la pena guardare bene in faccia il proprio dolore. Ascoltarlo, accettarlo, considerarlo, abbracciarlo, domandarsi: cosa vuole da me? Cosa posso fare per non farmi divorare?
E se iniziassi a conviverci, a diventarci amica?
Gaia Trussardi, nel suo libro d’esordio “Cara morte, amica mia”, (Francesco Brioschi Editore), racconta episodi diversi della propria vita, lontani e recenti, che si inseriscono nel flusso di una lunga lettera rivolta alla morte, diventandone parte integrante. La morte, che in un primo momento Gaia non riusciva neanche a pronunciare e che sembrava arrivata all’improvviso per distruggerle la vita, in questo libro segue una metamorfosi. Una nitida rinascita. Da distruzione diventa ordine.
Da caos dominante ritorna l’equilibrio. La morte viene accolta, non rifiutata. Gaia la prende per mano e la porta vicino al suo cuore, alla sua anima, per poi, con delicatezza e amore, allontanarla, permettendosi di tornare a vivere, consapevole dell’inevitabile convivenza eterna. Un libro dove il dolore compie uno straordinario viaggio. Un processo lungo, che può durare anche tutta la vita, fatto di vuoto straziante, ricerca della bellezza, resilienza, voglia di vivere. Una ricerca di spiritualità diventata fonte di vita e la consapevolezza acquisita con il tempo che si può guarire.

Gaia Trussardi ci racconta la sua storia nell’intervista che segue.
Nel libro racconti molti episodi che raccontano della tua infanzia.
C’è una cosa che ho capito negli ultimi mesi: è già tutto nel te bambino. Se lo osservi, tutto quello che sei veramente, tutto quello che hai dentro, come pulsioni, gusti, desideri, vedrai che era già tutto lì.
Tu che bambina eri?
Una bambina apparentemente assente, con una forma di “astrazione” già sviluppata, la stessa che anche oggi mi caratterizza, in periodi alterni. Ero una sognatrice, adoravo la natura, incosapevolmente mi perdevo tra i fili d’erba. Ero anche timida e facevo un po’ fatica ad esprimermi. Ho avuto un’infanzia felice, anche grazie alla mia famiglia.
Il tuo essere anticonvenzionale credi ti abbia aiutato nella vita?
Forse non venivo capita pienamente dalle persone intorno a me. Poi con il tempo ho scoperto di essere apprezzata da chi avevo in torno molto di più di quanto pensassi.

Hai 19 anni quando arriva la notizia della morte di tuo padre. La definisci “impossibile da ascoltare, impossibile da inserire nel proprio presente”, cosa intendi con questa definizione?
La linearità del tempo in cui viviamo non ci prepara ad assimilare alcuni avvenimenti nel loro accadere. Una verità del genere in qualunque modo ti venga comunicata non ti trova mai pronto per affrontarla nell’immediato. È difficile anche solo pensare che sia vero. Arriva un qualcosa, e la nostra mente reagisce facendola rimbalzare via. Poi ti travolge, come uno tsunami… e tu in qualche modo devi tornare a galla, anche se non sai come fare.
C’è mai stato un momento in cui dentro di te prendesse forma la sensazione che la tua vita fosse finita?
Assolutamente si, anche se non subito. Dopo la morte di mio padre, ho vissuto come in un limbo per un po’ di tempo. Inizialmente non avevo incamerato nulla, sembrava come se fosse partito per un viaggio. Dopo qualche mese è iniziata una discesa a capofitto dove avevo dei momenti di malessere, insieme alla sensazione che nulla intorno a me avesse un senso, non c’era niente che mi facesse sentire qualcosa. Avevo crisi di pianto fortissime con un dolore al petto enorme. La sensazione era come se dentro di me ci fosse una voce inconscia e incontrollata che mi faceva pensare “perché devo stare qui? Non c’è niente che mi interessa”. Un dolore straziante.
Nel libro, riferendoti direttamente alla morte dici “senza saperlo ti stavo aiutando a portare via anche me”. Qual’è stato il momento in cui hai visto una luce?
Sono state tante cose, un’insieme di elementi, di risorse che ho trovato lungo la strada. Con alti e bassi. Mi ha aiutato anche scoprire la bellezza in ciò che mi circonda, come la natura. Ho trovato la mia forma di spiritualità negli anni in divenire. Credo che non si possa essere davvero completi come esseri umani senza includere anche una dimensione spirituale.

Spesso un dolore grande lascia un’“eredità”, oltre ad una battaglia interiore che ti devasta. Cosa ti ha lasciato questo dolore di prezioso?
La consapevolezza della spiritualità, io non l’ho cercata: è arrivata come conseguenza del dolore che ho vissuto e dei vari percorsi intrapresi per sopravvivere. Credo che se fosse stato tutto più semplice non sarei arrivata ad avere una visione così ampia. Sono stata obbligata ad affrontare il dolore, che è qualcosa che affrontando e vivendo visceralmente senza allontanarlo, e senza scappare, sicuramente ti migliora.
Chi vive grandi dolori nota subito quando altre persone sono dentro ad una tempesta.
È vero. Si suppone che la sensibilità di chi ha vissuto grandi dolori sia più spiccata, anche se non è sempre così.
In passato hai iniziato il tuo percorso terapeutico perché un tuo amico, preoccupato per te, ti spinge ad affrontarlo. Senza di lui cosa credi che sarebbe successo? Saresti andata?
Io volevo guarire comunque. Non so cosa sarebbe successo, probabilmente attendevo qualcuno che mi dicesse “ti aiuto io”.
Durante la terapia, all’inizio, evitavi di chiamare la morte con il suo nome. Ricordi il momento in cui hai iniziato a farlo?
Sicuramente pronunciare il nome morte è indicativo del fatto che ci sia stata una risoluzione, vuol dire che in qualche modo l’hai integrato dentro di te. Non ricordo esattamente il momento, credo sia stato graduale. All’inizio non dicevo neanche che mio padre fosse morto, dicevo che era mancato.
Nel libro racconti del disturbo alimentare che per tanto tempo ti ha accompagnato.
Vent’anni fa non si parlava per niente di disturbi alimentari. Il non mangiare è una forma di auto distruzione e di controllo del dolore che hai dentro. L’unico modo che hai per controllare la sofferenza è dargli un nome. Io mantenevo una condizione di fame allucinante, così facevo ricadere tutta la mia attenzione lì per non pensare al resto. La malattia ti porta a pensare tutto il giorno ossessivamente alle calorie. Io volevo guarire perché volevo avere dei figli.
Sei anche arrivata a pesare 10 chili sotto il tuo pesoforma.
Si, più o meno si.

Vuoi dire qualcosa sul delicato tema dei disturbi alimentari?
È un tema molto importante oggi, non esistono solo anoressia e bulimia, come malattie alimentari. Purtroppo il rapporto con il cibo ha tantissime forme non sane. Il disturbo alimentare è una forma di controllo. Un controllo del tuo corpo che diventa anche un controllo emotivo.
Sei soddisfatta dei passi avanti fatti dalla società e nella medicina nel riconoscerli?
Si, molto.
Tema del controllo. Il controllo del dolore può avere varie sfaccettature. Ma può anche essere una trappola, perché controllando ossessivamente quel dolore crea un attaccamento difficile da lasciare andare per guarire.
Si, il controllo è proprio un sintomo di malattia. Il dolore può essere facilmente una confort zone, tante cose sbagliate che facciamo anche a ripetizione sono una zona comoda, che non ci permette di esprimere il nostro potenziale. Viviamo nel passato, ma così facendo ci diamo tantissimi limiti.
A volte fa quasi paura pensare di poter guarire.
Si, perché entra l’abitudine, oltre a un meccanismo nel quale senti di avere un valore perchè soffri.
Nel libro parli di accettazione. E scrivi “L’accettazione non dura un minuto come fosse una rivelazione, non dura un’ora o un giorno o qualche tempo come una malattia che guarisce, mettiamoci anche la convalescenza. Ma dura una vita intera”. Accettare dura una vita intera?
Si, non può essere altrimenti. Tutti i giorni cambi, e il nuovo te deve integrare dentro di se quello che è successo, che non è cambiabile. Accettare un dolore perdura per sempre. Non si chiude mai veramente un capitolo, quando viene a mancare una persona a cui eri legata da un affetto forte ti mancherà sempre. Si, l’accettazione è un processo che si rinnova quotidianamente.
Qual’è secondo te la differenza tra accettazione e guarigione?
In italiano la parola accettazione suona un po’ come arresa. Accettare qualcosa è semplicemente sapere che tu non hai potere di cambiarla. Confermi i tuoi limiti, la tua impotenza. È molto diverso dal termine guarire, perché è un ingrediente della guarigione stessa. Anche essa, come l’accettazione, è un processo in divenire. Non credo che debba far paura, anzi, credo sia bella. Il nostro potenziale di crescita è illimitato.
Cosa direbbe la Gaia di oggi alla Gaia del passato?
È difficile dirlo. Probabilmente le avrei detto “dai muoviti, svegliati” … (sorride, ndr).
Filippo Moro è uno sguardo curioso sul mondo, capace di trasformare un pensiero in parola con ironia e riflessione. Appassionato di scrittura e osservatore attento della realtà che lo circonda, ama dare forma a ciò che accade, offrendo un punto di vista lucido, chiaro e mai scontato.







