C’è un’Italia che studia, lavora, investe anni nella formazione e nella costruzione lenta e faticosa di una credibilità. E poi c’è un’altra Italia, quella che premia la scorciatoia, il chiacchiericcio, il “non so bene cosa voglio fare, ma voglio essere famosa”. La vicenda di Martina Ceretti, modella ventitreenne salita improvvisamente agli onori delle cronache per aver condiviso – consapevolmente, a quanto pare – audio privati dell’attore Raoul Bova, è il più recente e, purtroppo, prevedibile capitolo di questa seconda Italia.
Ceretti avrebbe inviato lei stessa gli audio a Federico Monzino, pr milanese, il quale li ha poi girati a Fabrizio Corona per renderli pubblici attraverso il podcast “Falsissimo”. Obiettivo dichiarato? Far diventare famosa Martina. Lo dice senza remore lo stesso Monzino: “Era ciò che lei desiderava“. E la giovane modella conferma: “L’ho fatto in buona fede, senza secondi fini”. Ma di quale buona fede parliamo, quando si gioca sulla vita privata di un altro, solo per ottenere due prime pagine e qualche follower?

Questa storia è un insulto — sottile, ma potente — a tutti coloro che credono ancora nella meritocrazia. Ai giovani che fanno stage non retribuiti, agli artisti che aspettano anni per esordire, ai giornalisti che rincorrono una firma, agli imprenditori che faticano in silenzio. È l’Italia che si arrende all’effimero, che costruisce “personaggi” invece che valorizzare persone. Che confonde la visibilità con il valore. Perché sì, oggi pare basti un vocale privato per andare in TV, uscire sulle testate più importanti, ricevere interviste e attenzioni. Per fare cosa, esattamente? Nessuno lo sa. Forse nemmeno Martina Ceretti.
Non è colpa solo della ragazza. È il sistema stesso che la legittima, che la accoglie a braccia aperte, che la trasforma da “nessuno” a “fenomeno da osservare” nel giro di ventiquattr’ore. È lo stesso sistema che fa passare per “news” un contenuto privato, con tanto di voci manipolate, mentre ignora i successi silenziosi, le eccellenze vere, la competenza. È lecito domandarsi: è questa la società che stiamo continuando a sostenere? È questo il tipo di successo che vogliamo insegnare ai nostri figli e figlie?

Quella che stiamo raccontando non è una favola moderna. È una rappresentazione grottesca della “fama del nulla”, che sembra contagiosa e autoalimentata. Oggi è un vocale, domani sarà un TikTok imbarazzante, dopodomani un post strappalacrime scritto da qualcuno che spera di monetizzare empatia. Nel frattempo, noi continuiamo a far finta che tutto questo sia normale. E intanto, già si vocifera di ospitate televisive per Martina Ceretti. Eh sì, ragazzi: le “previsioni del tempo” della mediocrità annunciano sole splendente su chi non sa fare nulla, purché riesca a farsi notare. Nel frattempo, a Raoul Bova — tra l’imbarazzo e la disillusione — si potrebbe dire che oggi si parla più dei suoi audio che dei suoi film. Ma anche questo fa parte del gioco, vero?
Forse è davvero il momento di farsi una domanda e darsi una risposta. La mia è semplice: chi siamo diventati, se applaudiamo più l’imprudenza che il merito? E soprattutto: quanto rumore ancora dovrà fare il nulla, prima che torni il valore?
Salve sono una manager esperta in comunicazione, che punta sull’innovazione e la ricerca, il mio settore è legato alla sfera moda anche se la mia cultura e il mio spirito di osservazione mi portano ad avere sfaccettature che sinergicamente si avvicinano all’arte, alla musica e a tutto ciò che svela la nuova tendenza. Adoro il mondo del Fashion che coltiva la cultura e le tradizioni: incantata dalla genialità di un Alexander McQueen e dall’eleganza innovativa di un Jean Paul Gaultier. Sono una sognatrice autentica che crede che le passioni sono l’alimento per concretizzare i sogni, amo viaggiare,visitare musei, conoscere e documentarmi sempre….



