Dal 21 al 23 novembre il Teatro di Villa Lazzaroni ha accolto “La cerimonia del massaggio”, testo di Alan Bennett nella traduzione elegante e pungente di Anna Marchesini, con la regia di Roberto Piana e Angelo Curci. A dar vita a tutto, da solo e senza mai perdere un colpo, è stato Gianluca Ferrato, protagonista unico di uno spettacolo che ha saputo conquistare il pubblico romano con intelligenza e sensibilità.
La regia di Roberto Piana, insieme a quella di Angelo Curci, accompagna il monologo con misura e attenzione, lasciando emergere il testo e l’attore senza sovrastrutture. Un lavoro pulito, che sostiene lo spettacolo senza mai reclamarne il centro. Si percepisce una cura silenziosa nei passaggi, nei tempi, nei piccoli cambi di atmosfera che guidano lo spettatore senza forzature. È un’impostazione che valorizza la parola e permette al racconto di scorrere con naturalezza, fino alla sua nota finale più intima.

La storia ruota attorno a un funerale decisamente fuori dall’ordinario: a celebrare la funzione è un prete moderno, brillante, capace di trasformare un rito solenne in un racconto vivido, umano, a tratti irresistibilmente comico.
Attraverso aneddoti, ricordi e qualche esitazione significativa, si intravede il legame speciale che lo univa al defunto, un massaggiatore molto richiesto dai vip, figura sfuggente e affascinante. Il gioco delle allusioni, mai esplicite, ma sempre presenti, tiene lo spettatore sul filo, sospeso tra risate e intuizioni.

Ferrato domina la scena con un’energia magnetica: oltre un’ora di monologo in cui non c’è un attimo di calo, un gesto fuori posto o una parola lasciata al caso. La sua interpretazione è un equilibrio di ironia e delicatezza, capace di rendere credibile ogni sguardo e ogni pausa, trasformando il palco in un luogo che cambia forma di continuo, seguendo i moti interiori del personaggio.
Quando il racconto arriva alla sua conclusione, lo fa con una nota di verità che colpisce senza gridare. L’ultima riflessione è un invito sommesso ma potente: a volte bisogna lasciare andare, anche quando è la cosa più difficile da fare. Ed è proprio lì, in quella sincerità finale, che lo spettacolo trova la sua anima e lascia il pubblico con un’emozione discreta, ma tenace.
Filippo Moro è uno sguardo curioso sul mondo, capace di trasformare un pensiero in parola con ironia e riflessione. Appassionato di scrittura e osservatore attento della realtà che lo circonda, ama dare forma a ciò che accade, offrendo un punto di vista lucido, chiaro e mai scontato.





