L’Italia saluta Nicola Pietrangeli, scomparso a 92 anni, e con lui un pezzo irripetibile della propria storia sportiva. Non se ne va soltanto un campione, ma l’uomo che per primo ha dato al tennis italiano un volto riconoscibile, un’identità, una raffinatezza che ancora oggi risuona nei ricordi di chi lo ha visto giocare e nelle ambizioni dei giovani che sognano di diventare come lui. Pietrangeli non è stato soltanto un atleta di straordinario talento: è stato un interprete, un narratore di questo sport, qualcuno che trasformava ogni scambio in un piccolo racconto, ogni gesto in un atto di eleganza.
La sua storia comincia lontano, a Tunisi, dove nasce in una famiglia cosmopolita di origini francesi, russe e abruzzesi. La guerra gli porta via la casa, la serenità, l’infanzia come doveva essere. Ma gli lascia un padre con cui scoprire il tennis usando racchette improvvisate, un modo per restare uniti quando il mondo, intorno, sembrava disgregarsi. Dopo l’espulsione dalla Tunisia, la famiglia arriva a Roma. È in quella città, tra i viali del Foro Italico, che Pietrangeli sceglie definitivamente l’Italia e inizia a costruire la sua leggenda. In un primo momento sogna di diventare calciatore, giocando nelle giovanili della Lazio; ma presto capisce che il campo da tennis è il suo destino, la sua casa, la sua voce.
Negli anni Cinquanta e Sessanta entra stabilmente nell’élite mondiale. Vince due Roland Garros, incanta Parigi con un rovescio a una mano che Gianni Clerici definiva “un enigma luminoso”, conquista Montecarlo e gli Internazionali d’Italia, collezionando 67 titoli in un’epoca in cui viaggiare, competere e mantenersi al vertice era un’impresa molto più ardua di oggi. Rappresenta il Paese con fierezza, lo difende in Coppa Davis diventando il primatista mondiale di tutti i tempi per presenze, vittorie in singolare e in doppio. Con Orlando Sirola forma un duo straordinario, un equilibrio quasi musicale fatto di sguardi, intese, intuizioni.

Nel 1976 arriva la sua sfida più complessa, quella che non si gioca con una racchetta. Da capitano guida l’Italia alla vittoria in Cile, in un clima politico rovente, tra polemiche, pressioni internazionali, richieste di boicottaggio. Pietrangeli sostiene che la squadra debba giocare, che lo sport possa e debba attraversare anche le tempeste più difficili. È una posizione scomoda, coraggiosa, destinata a dividere, e proprio per questo storica: uno dei momenti più discussi e più intensi della nostra memoria sportiva. Lui stesso, negli anni successivi, lo definirà “il successo più complesso e più faticoso della vita, perché nulla era solo tennis”.

Chi lo ha visto giocare racconta che la sua grandezza stava anche nel dettaglio: il modo in cui lucidava le scarpe prima di scendere in campo, la cortesia con cui salutava avversari e arbitri, la capacità di trasformare un punto complicato in un colpo di pura bellezza. Raccontano di match salvati all’ultimo respiro, come quel passante a Wimbledon che ancora oggi, chi c’era, ricorda come un miracolo di precisione. Pietrangeli non era solo tecnica: era ritmo, misura, stile. Era qualcosa che non si insegna, ma si incarna.
Anche fuori dal campo vive una vita intensa, fatta di amori, passioni, incontri, dolori profondi come la perdita del figlio Giorgio. Rifiuta ingaggi milionari per continuare a rappresentare l’Italia, tiene sempre ferma la rotta del suo ideale sportivo, considera il tennis una forma di rispetto verso se stessi e verso il pubblico. Sceglie la difficoltà, sceglie la lealtà, sceglie la coerenza. Questo, più di tutto, lo rende eterno.
Oggi, mentre il tennis italiano vive un’epoca d’oro, la sua figura appare ancora più luminosa. Pietrangeli è stato l’antesignano, il primo esempio, l’uomo che ha insegnato che lo sport non è solo competizione, ma cultura, carattere, identità. È stato un ponte tra epoche e continenti, tra l’istinto e la disciplina, tra il talento e il cuore. La sua eredità non è fatta soltanto di numeri e trofei, ma di un modo di stare al mondo.
E sarà questo, più di ogni vittoria, a restare. Per sempre.
Salve sono una manager esperta in comunicazione, che punta sull’innovazione e la ricerca, il mio settore è legato alla sfera moda anche se la mia cultura e il mio spirito di osservazione mi portano ad avere sfaccettature che sinergicamente si avvicinano all’arte, alla musica e a tutto ciò che svela la nuova tendenza. Adoro il mondo del Fashion che coltiva la cultura e le tradizioni: incantata dalla genialità di un Alexander McQueen e dall’eleganza innovativa di un Jean Paul Gaultier. Sono una sognatrice autentica che crede che le passioni sono l’alimento per concretizzare i sogni, amo viaggiare,visitare musei, conoscere e documentarmi sempre….



