Il 16 aprile, alle ore 21, il Wishlist Club ha ospitato una serata che ha messo in dialogo tre percorsi musicali distinti ma affini: Stefano Resta (Raesta), Gintsugi e Flavia Zanasi. Non una semplice successione di set, ma un flusso coerente in cui linguaggi diversi del cantautorato contemporaneo e dell’alternative si sono incontrati, trovando punti di contatto inattesi. Stefano Resta, cantautore e polistrumentista, ha portato sul palco una scrittura diretta e personale, capace di trasformare fragilità e vissuto in canzoni essenziali.
Dopo l’EP Fuoco di paglia (2024) e un’intensa attività live — con aperture a Niccolò Fabi, Giorgio Poi, Francesco Di Bella e Clementino — ha mostrato un suono in evoluzione, sospeso tra cantautorato e alternative rock, con aperture elettroniche e dinamiche più scure. Insieme a Simone Poccia, Francesco Argentati, Joshua Frau e Loris Ruscitti, ha costruito un set compatto, alternando tensione e misura senza perdere coesione. Gintsugi ha proposto un immaginario sonoro raffinato e internazionale, in cui art-pop e tessiture analogiche si sono intrecciate con eleganza. La sua cifra — definita da Louder Than War come “intossicante malinconia decadente, punteggiata da lampi di ironia e vitalità” — ha preso forma in una performance stratificata, capace di creare un’atmosfera sospesa e avvolgente.

Dopo The Elephant in the Room, il nuovo percorso legato all’EP Strangers, registrato tra Francia e Italia, si è lasciato intravedere come una naturale evoluzione. Sul palco, insieme a Simone Prudenzano, ha costruito un set misurato ma evocativo, più suggerito che dichiarato. A chiudere la serata è stata Flavia Zanasi, cantautrice romana, con una performance intensa e partecipata. Le sue influenze — dall’r’n’b al cantautorato italiano fino a sonorità alternative — si sono tradotte in un set solido e coinvolgente. Dopo anni di live acustici e l’uscita nel 2024 di Il mio punto di partenza, il progetto ha trovato una forma piena anche in band, grazie alla presenza di Giorgio Strano, Pietro Lanza e Marco Nardone. La complicità sul palco non è stata un dettaglio, ma il centro dell’esperienza.

Durante l’esibizione di Flavia Zanasi, è emersa fin dai primi brani: negli sguardi rapidi tra un attacco e l’altro, nei gesti misurati, nella naturalezza con cui ogni musicista ha occupato il proprio spazio senza mai isolarsi. La band ha suonato come un unico organismo. I cambi dinamici, le pause, le ripartenze non sono stati solo precisi, ma condivisi, vissuti in tempo reale. In questa dimensione, la musica ha smesso di essere esecuzione per diventare relazione. Sul volto di Flavia Zanasi si sono letti concentrazione e partecipazione emotiva, mai trattenuta.

Più che interpretare, è stata presenza: un segnale chiaro di un’identità costruita nel tempo, insieme al suo gruppo, e ormai riconoscibile. Quando un’intesa del genere è reale, il pubblico la percepisce subito. In sala, l’energia ha seguito un movimento continuo: dal palco alla platea e ritorno, crescendo senza forzature. È nella complicità e nell’unione che la serata ha trovato il suo centro. Quando la squadra è quella giusta, ogni elemento può brillare senza rompere l’equilibrio, anche nei momenti più esposti — come un assolo — che smettono di essere virtuosismo e diventano parte del racconto. Tutta la band ha brillato allo stesso modo: insieme e da sola, dimostrando che la forza non sta nel singolo, ma nell’intesa che tiene tutto unito.
Stefano Resta sottolinea:
«L’atmosfera è stata quella giusta fin dall’inizio: pubblico e musicisti erano in ascolto reciproco, dentro lo stesso spazio sonoro.»
Flavia Zanasi osserva:
«Sul palco ho percepito un’energia particolare, nata dall’intesa con i musicisti e amplificata dal contesto della serata. La presenza di Stefano Resta e Gintsugi ha contribuito a costruire un equilibrio naturale tra le diverse atmosfere.»
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