Doveva essere l’edizione della “noia”. E invece è bastata la terza serata della 76ª edizione del Festival di Sanremo per ribaltare la narrazione. Perché se è vero che il Festival ha scelto toni più misurati, meno gridati, è altrettanto vero che proprio da questa apparente lentezza è emersa la serata più viva, più imprevedibile, più completa.
Un momento, dal respiro internazionale, ha donato il giusto ritmo alla serata: Eros Ramazzotti e Alicia Keys insieme sul palco dell’Ariston. L’emozione dell’anteprima mondiale in italiano, l’orgoglio delle radici siciliane rivendicate dalla superstar americana, poi l’imprevisto tecnico che spezza la magia. Pubblicità. Attesa. E infine la ripartenza e the show must go on: Alicia Keys al pianoforte e l’Ariston che trattiene il fiato. Quando poi esplode sulle note di Empire State of Mind, è chiaro che la serata ha trovato la propria andatura: umano, imperfetto, vero.

La forza emotiva continua con Laura Pausini e il Piccolo Coro dell’Antoniano. Heal the World diventa più di una cover: è un manifesto. «Basta con le guerre. Tutte», dice la cantante. E in un Festival spesso accusato di essere autoreferenziale, quel momento rompe la bolla e guarda fuori, al mondo reale.

Poi la memoria, quella che dà senso alla parola “Festival”. L’abbraccio dell’Ariston a Mogol non è solo un premio alla carriera: è un riconoscimento a una parte di identità collettiva. Le sue parole hanno attraversato generazioni, scolpendo emozioni che ancora oggi cantiamo senza accorgercene.
Ma la terza serata è anche leggerezza e nostalgia: il collegamento con la Costa Toscana si trasforma in una sala giochi con Max Pezzali e i successi degli 883. Tutti in piedi, tutti a cantare. Perché Sanremo è anche questo: memoria condivisa che diventa festa.

Sul fronte gara, la profondità non manca. Arisa porta sul palco Magica Favola, una ballata introspettiva che racconta il ritorno alla purezza dell’infanzia. Angelica Bove commuove con Mattone, trasformando il dolore personale in racconto universale e conquistando sia la critica che la sala stampa. E poi il futuro: Nicolò Filippucci, 19 anni, vince tra le Nuove Proposte dimostrando che il Festival sa ancora essere trampolino.
Allora, era davvero “noioso” questo Sanremo? O forse siamo disabituati a uno spettacolo che non ha bisogno di eccessi per esistere? La terza serata dimostra che si può costruire tensione senza clamore, emozione senza retorica, spettacolo senza frenesia.
È stata la serata più movimentata non perché più rumorosa, ma perché più completa. E in quella completezza — tra imprevisti, memoria, giovani promesse e appelli alla pace — Sanremo ha ricordato a tutti perché, nonostante tutto, Sanremo è ancora Sanremo.
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