Sanremo 76: la seconda serata punta sulla misura

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Un Festival che entra subito nel vivo: la seconda serata del Festival di Sanremo scorre veloce tra spettacolo, emozioni e inevitabili rumors. Ma più che per gli eccessi, questa 76ª edizione sembra voler essere ricordata per la misura.

È un Sanremo che sceglie il controllo.
La serata si apre con le Nuove Proposte: Nicolò Filippucci e Angelica Bove conquistano le semifinali con performance solide, pulite, convincenti. Giovani, ma già consapevoli. Il futuro è dalla loro parte, e il palco dell’Ariston li proietta in una dimensione più grande.
Poi arrivano i Big, quindici visioni diverse di musica e presenza scenica. È qui che emerge il filo conduttore della serata: meno provocazione gratuita, più costruzione. Meno scandalo, più mestiere.

 

Sanremo 76
Laura Pausini e Achille Lauro

 

A guidare la macchina è Carlo Conti, regia salda e ritmo calibrato. Al suo fianco Laura Pausini e Achille Lauro — protagonisti di un’interpretazione intensa di “16 marzo” — insieme a Pilar Fogliati e Lillo, che alleggeriscono senza sbavature. Tutto funziona. Forse anche troppo.

 

Tra i momenti più forti, le parole di Ermal Meta: «I bambini dovrebbero fare rumore, non silenzio». Un messaggio che attraversa il teatro con autenticità, riportando la musica al centro del suo ruolo sociale.

 

Sanremo 76
Ermal Meta

 

Anche la presenza delle campionesse olimpiche Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi aggiunge una dimensione simbolica: disciplina, talento, identità nazionale. Un Festival che celebra, più che sorprendere.

 

Sanremo 76
Le Bambole di Pezza

 

Estetica ed energia: quando il look diventa dichiarazione
Se la regia sceglie il controllo, sul palco si combatte una battaglia diversa: quella tra istinto e costruzione.
Le Bambole di Pezza incarnano l’anima più ribelle della serata. Atteggiamento rock, pelle che vibra, presenza che non chiede permesso. Un’energia che richiama quella dei Måneskin sotto i riflettori o l’irriverenza di Joan Jett. Non è solo stile: è un manifesto. Qui l’immagine sostiene la performance.

 

Sanremo 76
Enrico Nigiotti

 

Diverso l’approccio di Enrico Nigiotti, che sceglie un total black con giacca crop dal taglio deciso. Essenziale, contemporaneo, equilibrato. Eleganza e spirito rock trovano un punto d’incontro convincente.

Patty Pravo
punta invece sulla teatralità: velluto rosso, cristalli, collier importante con rubino centrale. Il colpo d’occhio è scenografico e coerente con la sua storia artistica. Il rischio di scivolare nell’eccesso c’è, ma il carisma tiene il tutto in equilibrio.

 

 

Sanremo 76
Patty Pravo durante la seconda serata di Sanremo 2026, gioielli Bvlgari. Daniele Venturelli/Getty Images

 

Dove qualcosa si incrina
Non tutte le scelte, però, arrivano a segno.

 

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Sanremo 76
Chiello

 

Chiello porta sul palco un’estetica punk, cruda, istintiva. Più vissuta che costruita. L’idea è chiara, l’attitudine pure. Ma l’intensità visiva non si traduce completamente in impatto emotivo: resta una suggestione, non un’esplosione.

 

Sanremo 76
Fedez e Marco Masini

 

Il duetto tra Fedez e Marco Masini prometteva un cortocircuito generazionale potente. Sulla carta, un incontro ad alto potenziale. Sul palco, però, la chimica resta trattenuta. Corretti, rispettosi, ma poco incendiari.

 

Sanremo 76
Nayt

 

Nayt sceglie un total black rigoroso: silhouette netta, nessuna distrazione. Il nero come firma, come dichiarazione di controllo. L’estetica convince. L’esibizione, meno. Manca quel guizzo capace di trasformare la compostezza in vibrazione.

Un Festival che rassicura
La sensazione finale è chiara: questa seconda serata non vuole destabilizzare. Vuole funzionare. E funziona.
È uno show impeccabile, ben orchestrato, senza inciampi evidenti. Ma Sanremo è anche rischio, rottura, eccesso. Quando sceglie solo la perfezione tecnica, rischia di perdere un frammento della sua imprevedibilità.

Grande attesa ora per il tributo a Ornella Vanoni, memoria viva della musica italiana: sarà forse l’occasione per aggiungere quella vibrazione emotiva che ancora manca.
Perché qui, più che altrove, ogni nota può diventare leggenda.
Ma per farlo deve osare.


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