Prima ancora che la parola “cool” entrasse nel vocabolario italiano, Shel Shapiro ne incarnava già lo spirito. Capelli lunghi, chitarra, accento inglese e un fascino internazionale: quando arrivò in Italia nel 1963, portò con sé qualcosa di nuovo. Un modo diverso di fare musica, di stare sul palco e, forse, persino di immaginare il futuro.
Nato a Londra nel 1943 da una famiglia ebraica di origini russe, David Norman Shapiro arriva nel nostro Paese con la formazione che diventerà The Rokes. Dopo l’incontro con Rita Pavone e la partecipazione ai suoi spettacoli, il successo non tarda ad arrivare.
Il Piper e la rivoluzione beat
Roma, 1965. Il Piper Club apre le sue porte e i Rokes sono tra i protagonisti di quella stagione destinata a cambiare il costume italiano. Il locale di via Tagliamento diventa il simbolo di una generazione che attraverso musica, moda e nuovi linguaggi rivendica la propria identità. Shapiro e i Rokes partecipano all’inaugurazione del Piper il 17 febbraio 1965, diventandone rapidamente uno dei gruppi simbolo.
Che colpa abbiamo noi, È la pioggia che va, C’è una strana espressione nei tuoi occhi, Piangi con me e Bisogna saper perdere diventano molto più che successi discografici: sono la colonna sonora dell’Italia beat, fotografie musicali di un Paese che sta cambiando.
Con il suo stile britannico e una presenza scenica lontana dai modelli tradizionali italiani, Shel diventa uno dei volti di quella trasformazione.
Dopo i Rokes, una nuova carriera
Nel 1970 i Rokes si sciolgono. Per Shapiro non è una conclusione, ma l’inizio di una nuova fase. Alla carriera da interprete affianca quella di autore, arrangiatore e produttore, spostandosi progressivamente dal centro del palco alle stanze in cui la musica viene pensata e costruita.
Negli anni lavora con artisti come Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Gianni Morandi, Riccardo Cocciante, Rino Gaetano, Mia Martini, Luca Barbarossa ed Enrico Ruggeri. Secondo la sua biografia professionale, tra il 1970 e il 1990 le canzoni e le produzioni legate al suo lavoro raggiungono complessivamente circa 30 milioni di dischi venduti.
Negli anni Ottanta la sua vita assume una dimensione ancora più internazionale. Si divide tra Milano, Miami, Città del Messico e New York, lavorando anche con importanti interpreti della musica latinoamericana.
Nel 1987 torna in prima persona alla discografia con Per amore della musica, album che raggiunge la Top 20 italiana. Il titolo sembra riassumere perfettamente il filo conduttore della sua storia: cambiano città e ruoli, ma la musica resta.
Il gusto di rischiare
Nel 1990 Shapiro torna stabilmente in Italia e due anni più tardi affronta un’altra sfida: BACKSTAGE: il grande sogno, musical rock nato da un progetto sviluppato con Gianni Minà e diretto da Giorgio Gallione.
Uno spettacolo ambizioso e tecnologicamente avanzato che, pur non conquistando pienamente la critica, ottiene una significativa risposta da parte del pubblico. Un’esperienza che conferma uno dei tratti più riconoscibili della carriera di Shapiro: la volontà di sperimentare senza restare prigioniero del proprio passato.
Tra il 1993 e il 1998 si divide invece tra Italia e Provenza. È un periodo più appartato, dedicato alla riflessione, prima di tornare ancora una volta a scrivere, comporre e registrare.
Dalla musica alla recitazione
Cinema, televisione e teatro diventano progressivamente un’altra parte importante del suo percorso artistico. Shapiro porta davanti alla macchina da presa quella stessa presenza scenica che lo aveva accompagnato fin dagli anni del Piper.
Tra le interpretazioni cinematografiche figura La verità sta in cielo (2016) di Roberto Faenza, film dedicato al caso della scomparsa di Emanuela Orlandi. Shapiro interpreta John, direttore di una testata londinese coinvolta nell’indagine giornalistica al centro della storia.
È l’ennesima trasformazione di una carriera difficile da racchiudere in una sola definizione: cantante, musicista, autore, produttore, compositore e attore.
Perché Shel Shapiro non è stato soltanto uno dei protagonisti della stagione beat italiana. È stato uno degli interpreti di un’Italia che scopriva la modernità, guardava oltre i propri confini e imparava nuovi linguaggi.
E forse è proprio questo il tratto che attraversa tutta la sua storia: la capacità di cambiare senza perdere la propria identità.
La nostalgia appartiene a chi vive guardando indietro.
Shel Shapiro, invece, ha sempre preferito guardare avanti.
Nato a Milano il 9 Agosto 1974, ha conseguito studi ed esperienze lavorative di progettazione meccanica. Agli inizi del 2000 quasi per gioco coltiva l’hobby della scrittura, divenendo inaspettatamente giornalista pubblicista. Ha collaborato con svariati quotidiani scrivendo di cronaca e inchiesta, nonché con magazines mensili dedicati alle auto storiche per via della sua passione per il collezionismo automobilistico di nicchia. Oggi lavora in una fondazione nel centro di Milano, ma non appena il tempo glielo consente, ne approfitta per condividere notizie ed opinioni. La sua citazione preferita, come un mantra, la ruba al celebre film “Scent of woman,” in cui Al Pacino, nei panni di un colonnello non vedente dell’esercito, risponde alla domanda del suo giovane badante sull’ammirazione che ha delle donne: “Le donne le amo sopra ogni cosa. Al secondo posto, ma con lunga distanza… c’è la Ferrari.” Carpe Diem.






