C’è un modo particolare di tornare indietro nel tempo: non attraverso le fotografie, né attraverso i racconti di chi c’era, ma camminando dentro una casa che il tempo aveva quasi dimenticato.
A Bellano, sulle sponde del Lago di Como, questo ritorno ha il nome di Villa Rèverie. È una storia che comincia molto prima che il turismo internazionale scoprisse il fascino di questi luoghi e che oggi, con discrezione, sembra ricucire un filo rimasto a lungo sospeso tra la Bellano di ieri e quella di oggi.
La villa, conosciuta un tempo come Villa Annunciata, si trova nella frazione Riva Alta, poi ribattezzata Rivalba. Alla fine dell’Ottocento apparteneva a una facoltosa famiglia locale e la sua vita era intimamente legata alla terra. Sulle sue pendici si estendevano numerosi vitigni, dai quali si produceva il Nebbiolo. Era un mondo nel quale una dimora signorile non era soltanto una casa: era un piccolo universo produttivo, fatto di lavoro, stagioni e consuetudini.

La villa impiegava numerose persone e custodiva, nei suoi sotterranei, due grandi locali destinati all’imbottigliamento del vino. È facile immaginare quelle stanze animate, le bottiglie, i passi dei lavoratori, l’odore della cantina e quello della terra.
Poi come spesso accade il tempo fece il suo mestiere.

La villa passò di mano in mano all’interno della stessa famiglia, fino al 2015, quando si spense l’ultima proprietaria. E paradossalmente, proprio mentre il mondo cominciava a guardare sempre più al Lago di Como come a un luogo da sogno, quella dimora sembrava allontanarsi sempre più dalla sua stessa storia. L’incuria e l’abbandono ne stavano lentamente consumando la bellezza.
Fu proprio il nipote di quella signora a decidere di cedere la villa ai fratelli Davide e Simone Deghi, imprenditori conosciuti nel settore della ristorazione nella vicina Varenna, e che nulla hanno a che fare con l’omonima azienda di arredi.
Non fu una semplice compravendita.

I due fratelli avevano in mente un progetto ben preciso: creare un luogo di ospitalità capace di rivolgersi ad un pubblico internazionale ed esigente, ma senza cadere nella tentazione di cancellare ciò che quella casa era stata. Un lusso, dunque, non fatto soltanto di servizi, ma anche di atmosfera, memoria e autenticità.
Forse fu proprio questa promessa a convincere il proprietario nella vendita.
La parola di non trasformare la villa in qualcosa di irriconoscibile, ma di restituirle piuttosto la dignità perduta. Di conservarne, per quanto possibile, l’architettura, la struttura, i materiali e tutto ciò che il tempo aveva risparmiato.
E così, nel pieno dell’epoca del Covid, cominciò il restauro.
Davide e Simone seguirono personalmente i lavori, affidandosi a poche persone fidate e selezionate, alcune delle quali già collaboravano con loro nelle altre attività di famiglia. I due fratelli non esitarono a sporcarsi le mani, lavorando accanto agli operai, tra calce, polvere e materiali antichi.

Era un modo concreto per mantenere quella promessa.
E, soprattutto, per capire che cosa salvare.
Durante il restauro sono riaffiorati dettagli che sembravano aspettare soltanto qualcuno disposto ad ascoltarli. Le scale interne sono state recuperate conservandone le decorazioni e gli affreschi originari. I marmi dei pavimenti sono stati mantenuti il più possibile fedeli a quelli originali.
La modernità è entrata, ma senza pretendere di diventare protagonista.
Il risultato è stato Villa Rèverie, che ha aperto ufficialmente le sue porte il 17 aprile 2025.
Anche il nome racconta qualcosa del progetto. Rèverie, tratto da rèvere, parola francese che richiama il fantasticare, il sogno, l’abbandonarsi a un pensiero, evoca quel sentimento sospeso tra realtà e memoria che sembra appartenere perfettamente alla villa.
Oggi essa guarda il lago da una posizione privilegiata, con un panorama di 180 gradi che sembra quasi mettere in comunicazione l’anima con le percezioni. E anche il modo di arrivarvici racconta questa filosofia.

Accanto a un moderno van utilizzato per accompagnare e accogliere gli ospiti, compaiono infatti calessini freschi di restauro, una Topolino e due vecchie Fiat 500. Non sono soltanto mezzi di trasporto: sono piccoli frammenti di un immaginario italiano che torna a muoversi sulle strade tra Varenna e Bellano.
Ancora oggi può capitare di incontrare Davide e i suoi collaboratori alla guida di queste meraviglie mentre raggiungono le stazioni ferroviarie per raggiungere gli ospiti verso il check in. È una scena quasi cinematografica: il lago sullo sfondo, le montagne, le automobili di un’altra epoca e, a bordo, viaggiatori arrivati da lontano per scoprire quella parte del Lario che il mondo ha imparato ad amare.
Ma forse il momento più significativo di questa storia è arrivato appena quindici giorni dopo l’apertura.
L’ex proprietario, colui che cedette ai Deghi la villa, tornò a visitarla. Di fronte a Davide, si commosse. Non soltanto per ciò che aveva davanti agli occhi, ma per quello che la casa gli restituiva: la possibilità di vedere finalmente come poteva essere stata ai tempi dei suoi antenati.
E forse anche per un’altra ragione: l’aver scoperto che quella promessa era stata mantenuta.
Perché restaurare una casa antica è relativamente semplice quando si dispone delle risorse necessarie. Più difficile è restaurarne l’anima. Per farlo occorrono pazienza, sensibilità e, soprattutto, la volontà di non sostituire il passato.
A Villa Rèverie il passato non è stato messo sotto una campana di vetro. È stato fatto convivere con il presente.
Ed è proprio questa convivenza a raccontare Bellano oggi.

La Bellano di Tommaso Grossi, dello scrittore Dottor Andrea Vitali, del fotografo Carlo Borlenghi e di tanti altri artisti e uomini che hanno lasciato una traccia nella storia del paese.
Il viaggiatore contemporaneo arriva con aspettative diverse, cerca bellezza, comfort, privacy, servizi e un’esperienza autentica. Ma, in fondo, cerca ancora qualcosa che non è poi così diverso da ciò che cercavano i viaggiatori di ieri: un luogo capace di lasciare un ricordo.
Non nostalgia come rimpianto di ciò che non tornerà, ma come capacità di riconoscere il valore di ciò che è stato e di portarlo nel presente senza tradirlo.
E la storia, in realtà, non è ancora finita.
Il progetto dei fratelli Deghi continua. Nella grande terrazza sottostante ai balconi fronte lago, è previsto un elegante ristorante, pensato per proporre una cucina ricercata capace di unire i sapori del mare e della montagna.
Ancora una volta, due mondi apparentemente lontani che si incontrano.
Come accade ormai da tempo sulle rive del Lario.
Forse è proprio questa la bellezza della nuova Bellano: non avere bisogno di scegliere tra memoria e futuro.
Può conservare il profumo della sua storia e, nello stesso tempo, accogliere chi arriva da ogni parte del mondo. Può ricordare le sue vigne, le cantine e gli uomini che un tempo lavoravano la terra, mentre oggi apre le porte a visitatori alla ricerca di un’esperienza sofisticata e irripetibile.
E così, mentre una vecchia Fiat 500 percorre la strada provinciale, Villa Rèverie torna lentamente a vivere.
Non è più la villa dimenticata di un tempo.
Ma non è nemmeno una villa che ha dimenticato il proprio tempo.
Forse, davanti a quel panorama del Lario, è proprio questa la forma più bella della nostalgia: non desiderare che il tempo torni indietro, ma riuscire a portare con sé ciò che del tempo non dovrebbe mai andare perduto.
Nato a Milano il 9 Agosto 1974, ha conseguito studi ed esperienze lavorative di progettazione meccanica. Agli inizi del 2000 quasi per gioco coltiva l’hobby della scrittura, divenendo inaspettatamente giornalista pubblicista. Ha collaborato con svariati quotidiani scrivendo di cronaca e inchiesta, nonché con magazines mensili dedicati alle auto storiche per via della sua passione per il collezionismo automobilistico di nicchia. Oggi lavora in una fondazione nel centro di Milano, ma non appena il tempo glielo consente, ne approfitta per condividere notizie ed opinioni. La sua citazione preferita, come un mantra, la ruba al celebre film “Scent of woman,” in cui Al Pacino, nei panni di un colonnello non vedente dell’esercito, risponde alla domanda del suo giovane badante sull’ammirazione che ha delle donne: “Le donne le amo sopra ogni cosa. Al secondo posto, ma con lunga distanza… c’è la Ferrari.” Carpe Diem.



