Violenza di genere: senza educazione a scuola nulla cambia

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Non trovo che ci sia molta coerenza, tra il salire in modo fiero, spavaldo, convinto, tutti insieme sullo stesso carro, formato da chi condanna, con indignazione, fermezza e disgusto il tema della violenza di genere, carro dalla stessa durata di vita di una farfalla, ovvero un solo giorno, che sarebbe oggi, 25 novembre, e il non dire nulla, rimanere in silenzio, o peggio, approvare convintamente che, faccio uno dei tanti esempi che potrei fare, un piccolo tassello, che potrebbe essere un piccolo grande aiuto, viene, ancora una volta, bloccato. 

Mi lascia perplesso, oltre che enormemente deluso, che chi condanna la violenza di genere, magari su Instagram, la condanna, certo, la condanna sui social, oppure la continua a condannare mentre prende parola in contesti pubblici, a cene in ristoranti luminosi, sul luogo di lavoro, in pizzeria, in fila alle poste, in edicola, in un centro commerciale o la domenica a pranzo a casa della nonna, e poi crede sia giusta la decisione di non inserire un’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Sento troppe volte, troppe persone dire “ma che ti credi che tanto questa sarà la soluzione?”

 

Violenza di genere

 

Una frase che odio, per cui provo profondo ribrezzo, disgusto, totale repulsione, che mi fa venire l’orticaria, mi fa cadere trentadue capelli tutti insieme, nello stesso esatto millesimo di secondo, quello che ci vuole affinchè il bulbo voli via, senza neanche doverli strappare con le mie mani, una frase che mi fa roteare l’occhio destro alla velocità della luce, che mi fa venire voglia di indossare il mantello dell’invisibilità e fuggire istantaneamente dalla conversazione. E dimenticarla, per sempre. Vorrei poter spedire queste conversazioni nel pozzo senza fondo delle conversazioni sgradevoli.

Mi frizzo, non c’è speranza, a volte penso. Tutto ciò che aiuta, che lenisce, che cura, o che è in grado di  spostare anche un solo sasso, che può dare un piccolo bagliore di speranza, magari anche poco luminoso quanto la torcia dell’Iphone, che contribuisce alla presa di consapevolezza, di coscienza, come può essere considerato inutile?

Quella frase, in contro risposta di qualcos’altro, l’ho sentita dire davvero troppe volte. L’ho sentito dire quando ho smesso di mangiare la carne (“ma che ti credi che se non mangi più la carne tu allora non muoiono più gli animali?”) l’ho sentita dire quando siamo scesi in piazza per Gaza (“ma che ti credi che se scendete in piazza a protestare la guerra si ferma?”) e l’ho sentito dire per tantissime altre cose. Cose su cui non ci dovrebbe essere molta discussione, ma certe persone la discussione la attaccano un po’ ovunque. Non la risparmiano neanche quando c’è in ballo la violenza. Io penso che frasi del genere siano nel DNA dei deboli. Sono lì, che orbitano a vuoto tra il colesterolo e i globuli rossi. Sono nel sangue, di chi non capisce che qualcosa, piccolo o gigantesco che sia, può cambiare e deve cambiare.

 

Violenza di genere

 

Dobbiamo permettere che il cambiamento avvenga, e non ostacolarlo. Non arriverà, un giorno, non si sa bene quando, una forza divina dall’alto che con uno schiocco di dita farà cambiare le cose che devono cambiare. Se non ci muoviamo noi, chi deve farlo? Si dovrebbe sempre delegare qualcosa a qualcun altro? Della serie, vabbene, non faccio nulla, il problema lo risolverà sicuramente qualcuno che non sono io, magari con più tempo, potere e soldi di me, sicuramente io non sono utile al cambiamento. Errato. È un pensiero a cui ho sempre fatto la guerra, io, quello del non poter cambiare le cose.

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Le persone che non accettano il cambiamento rovinano il mondo, o perlomeno aiutano a rovinare ciò che già è rovinato e dolente, ciò che fa male, che brucia, che chiede aiuto, ciò che andrebbe lenito, curato, gestito, non ignorato. Perché un’educazione formativa, sulla sessualità e sull’affettività nelle scuole fa così paura? Imparare a svolgere un’espressione aritmetica nella seconda ora per poi passare a imparare qualcosa di più sul rispetto per chi ci circonda è così spaventoso? A me non sembra spaventoso. Divulgare, tramandare, insegnare, e permettere agli alunni di custodire un bagaglio più approfondito possibile del rispetto e dell’amore, che si spera si andrà a sommare a quello che viene insegnato dentro le mura domestiche non mi sembra terribile.

 

Violenza di genere

 

Mi fanno paura altre cose. Mi fa paura che non cambi nulla, che le nostre sorelle, amiche, madri, figlie, colleghe, cugine, zie, nipoti e amiche di amici non siano al sicuro, che non si sentano al sicuro. Che debbano avere paura di scendere con il cane sotto casa dopo le 21:00, che debbano guardarsi continuamente le spalle quando girano per la città, che possano essere fotografate senza consenso in situazioni intime, che quel no, detto a bassa voce o detto urlando, venga miserabilmente ignorato, che smettano di esistere, da un giorno all’altro.

Che l’amica con cui condivido ogni segreto domani non ci sarà più per continuare a raccontarmi i suoi. Questo mi fa paura, che non si portino avanti tutte le strade giuste che possano aiutare, dare speranza. La scuola è fatta per formare, darti delle radici, un punto di partenza da cui iniziare a correre. Anche l’educazione sentimentale e affettiva ha bisogno di un inizio. Perché questo punto di partenza deve rimanere dimenticato? Perché nella spietata gara nella matematica, nella scienza, nella chimica, nell’algebra, nelle lingue e nella geografia dobbiamo correre per arrivare primi e in questa rimaniamo fermi? Perché se si condanna a gran voce un qualcosa di così feroce, terribile e atroce come la violenza di genere, ciò che potrebbe aiutare viene ignorato e poi dimenticato? 


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